"Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim'ancora che i corpi si vedano.
Generalmente, essi avvengono quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente. Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino. Se siamo disperati, invece, se non abbiamo più nulla da perdere oppure siamo entusiasti della vita, allora l'ignoto si manifesta e il nostro universo cambia rotta".
Condivido a pieno le parole di Coelho. A volte, certi incontri ti cambiano la vita, per davvero.
Quel 12 maggio 2009, se non avessi conosciuto Leda, tante cose sarebbero state diverse. Mi sarei sentita un'anima solitaria, nella mia ricerca di giustizia e di solidarietà per un tema così difficile come quello delle madri detenute e dei bambini da 0 a 3 anni reclusi insieme a loro, disgraziatamente.
Mi sarei sentita un fiume in piena, pronto ad uscire dal suo letto, ma senza troppe speranze di trovare un attracco. E invece, io l'ho trovato.
Non dimenticherò mai la Sua umiltà e la sua enorme disponibilità. Il fatto che non vivessi a Roma, mi ha tristemente condannato a non poter mai "sperimentare" quei sabati di uscita coi bambini di Rebibbia, come Lei mi invitò a fare, quando sarei stata disponibile.
Io non conoscevo Leda, quando La incontrai; avevo saputo dell'associazione tramite gli articoli di quei giornali che avevano lodato la Sua attività e le Sue iniziative.
Chiesi un incontro con qualche volontario che mi portasse dentro quel mondo, ancora lontano dalle righe dei manuali che si limitavano a descrivere situazioni teoriche senza riscontro pratico. E Lei, invece, proprio Lei fu disponibile ad incontrarmi. E questo non lo dimenticherò mai.
Perchè, grazie al Suo enorme e prezioso contributo, la mia affannosa ricerca verso un mondo più equo e più giusto ha preso corpo e ha rivelato un'Anima. Perchè grazie a Lei, ho compreso a fondo un mondo per me sconosciuto. Grazie a Lei, ogni giorno, tantissime donne, disgraziate e in fondo "vittime" di questo triste mondo, trovavano speranza di rinascita, speranza di vita. E noi le siamo grati, e le saremo grati per sempre.
Da parte mia, continuerò a far baccano e a far in modo che i riflettori non si spengano, ma che si vada avanti, sempre più in là.
Il flusso...
Il flusso dei pensieri di una mente è un turbinio di emozioni e di sensazioni.
Io osservo la realtà e la descrivo, così per come è filtrata attraverso i miei occhi, la mia mente, il mio cuore, così per come la vedo io.
domenica 11 dicembre 2011
martedì 6 dicembre 2011
Ciao Leda,
Era nata per combattere.
Sin da quando era piccolina, era nata per combattere e brillare.
E da oggi brillerà lassù in alto.
Fino all'ultimo, si era recata in carcere. Perchè Lei, Leda Colombini, aveva dedicato tutta la Sua vita alla lotta per la giustizia sociale e alla rivendicazione dei diritti più controversi. E una gran parte della Sua esistenza alla battaglia per i diritti delle detenute madri e dei figli minori, da 0 a 3 anni, costretti a vivere in carcere con loro, per un reato non commesso.
Lei, non era solita voltarsi indietro, Lei affrontava le ingiustizie e il dolore della povera gente e li scrutava fino in fondo e metteva anima e corpo per cancellarli, fino all'ultimo.
Con quel suo sguardo così bello e profondo, regalando emozioni, fungeva da "guida" per quelle anime "disperse", tenendo viva la speranza di fuoriuscita dal circuito penitenziario; con le sue belle mani, toccava il dolore della gente, lo permeava di amore, affetto e di istinto protettivo e trasformava la sciagura e le sventure altrui in sane prospettive di recupero sociale.
Lei portava avanti la Sua battaglia per la libertà di questi piccoli innocenti e la porterà ancora, fino in fondo.
Se è vero che dentro le sbarre, ci sono tutt'oggi, in tutta Italia, circa 70 bambini "detenuti" con le proprie madri, a molti di loro, la nostra Leda, ha già restituito pezzi di libertà, regalando loro, ogni sabato, da tantissimi anni ormai, insieme a tutti i volontari e le volontarie di "A Roma insieme", tutto quello che un normalmente un bambino di quella età dovrebbe avere per "diritto": un sorriso, un respiro di aria pulita, una festa in famiglia, una gita a mare o in montagna, un abbraccio caloroso.
Ciao Leda,
Sin da quando era piccolina, era nata per combattere e brillare.
E da oggi brillerà lassù in alto.
Fino all'ultimo, si era recata in carcere. Perchè Lei, Leda Colombini, aveva dedicato tutta la Sua vita alla lotta per la giustizia sociale e alla rivendicazione dei diritti più controversi. E una gran parte della Sua esistenza alla battaglia per i diritti delle detenute madri e dei figli minori, da 0 a 3 anni, costretti a vivere in carcere con loro, per un reato non commesso.
Lei, non era solita voltarsi indietro, Lei affrontava le ingiustizie e il dolore della povera gente e li scrutava fino in fondo e metteva anima e corpo per cancellarli, fino all'ultimo.
Con quel suo sguardo così bello e profondo, regalando emozioni, fungeva da "guida" per quelle anime "disperse", tenendo viva la speranza di fuoriuscita dal circuito penitenziario; con le sue belle mani, toccava il dolore della gente, lo permeava di amore, affetto e di istinto protettivo e trasformava la sciagura e le sventure altrui in sane prospettive di recupero sociale.
Lei portava avanti la Sua battaglia per la libertà di questi piccoli innocenti e la porterà ancora, fino in fondo.
Se è vero che dentro le sbarre, ci sono tutt'oggi, in tutta Italia, circa 70 bambini "detenuti" con le proprie madri, a molti di loro, la nostra Leda, ha già restituito pezzi di libertà, regalando loro, ogni sabato, da tantissimi anni ormai, insieme a tutti i volontari e le volontarie di "A Roma insieme", tutto quello che un normalmente un bambino di quella età dovrebbe avere per "diritto": un sorriso, un respiro di aria pulita, una festa in famiglia, una gita a mare o in montagna, un abbraccio caloroso.
Ciao Leda,
sabato 26 novembre 2011
Noi figli delle Sig.re Fabbriche...
Se oggi, accadesse a me, alla mia famiglia, quello che sta accadendo ai lavoratori di Termini e non solo, il nostro, il mio, futuro lavorativo già altalenante, sarebbe ancora più arido, vuoto, ancora più incerto.
Un tempo, quando l'apertura di nuove fabbriche creava nuove garanzie di crescita economica, di sviluppo, di emancipazione sociale, di ricchezza, di giustizia sociale, il lavoro era considerato una risorsa, la risorsa più nobile per eccellenza, perché con quello, avevi e guadagnavi tutto; senza quello perdevi ogni cosa.
Oggi, dopo ben 41 anni di attività, più o meno intensa, quel sogno, il sogno di tantissimi lavoratori, che avevano trovato la felicità, in quello scorcio di costa siciliana, deturpata per bisogno di mercato si è infranto.
Gli stanno togliendo il futuro, hanno detto, pensando e parlando non solo per loro, ma soprattutto per quei figlioli, che prima di ogni cosa, senza la sicurezza del lavoro dei loro padri, non avranno la certezza del vivere e del mangiare, non potranno andare all'università, non potranno aspirare al salto di "qualità".
Non stupitevi, anzi vergognatevi per il dolore di questi uomini, padri e nonni, che non accettano il determinismo di scelte imposte dall'alto. Non gioite dell'avvicinarsi del Natale, perché le loro tavole non saranno più bandite a festa, se nelle loro case ad essere bandito sarà il lavoro.
Non state lì a pensare che tanto non vi tocca, perché non oggi può darsi, ma domani, potrebbe capitare a voi, di correre incontro al vostro papà e di vederlo non più ricoperto del "grasso" del nobile lavoro di tutta una giornata, con chiazze qua e là, nere, scintillanti nel blu o nel beige di una tuta ma solo nel suo dolore, privo di stimoli e soprattutto senza la sua più grande ragione di vita, il lavoro onesto.
Un tempo, quando l'apertura di nuove fabbriche creava nuove garanzie di crescita economica, di sviluppo, di emancipazione sociale, di ricchezza, di giustizia sociale, il lavoro era considerato una risorsa, la risorsa più nobile per eccellenza, perché con quello, avevi e guadagnavi tutto; senza quello perdevi ogni cosa.
Oggi, dopo ben 41 anni di attività, più o meno intensa, quel sogno, il sogno di tantissimi lavoratori, che avevano trovato la felicità, in quello scorcio di costa siciliana, deturpata per bisogno di mercato si è infranto.Gli stanno togliendo il futuro, hanno detto, pensando e parlando non solo per loro, ma soprattutto per quei figlioli, che prima di ogni cosa, senza la sicurezza del lavoro dei loro padri, non avranno la certezza del vivere e del mangiare, non potranno andare all'università, non potranno aspirare al salto di "qualità".
Non stupitevi, anzi vergognatevi per il dolore di questi uomini, padri e nonni, che non accettano il determinismo di scelte imposte dall'alto. Non gioite dell'avvicinarsi del Natale, perché le loro tavole non saranno più bandite a festa, se nelle loro case ad essere bandito sarà il lavoro.
Non state lì a pensare che tanto non vi tocca, perché non oggi può darsi, ma domani, potrebbe capitare a voi, di correre incontro al vostro papà e di vederlo non più ricoperto del "grasso" del nobile lavoro di tutta una giornata, con chiazze qua e là, nere, scintillanti nel blu o nel beige di una tuta ma solo nel suo dolore, privo di stimoli e soprattutto senza la sua più grande ragione di vita, il lavoro onesto.
domenica 13 novembre 2011
Buongiorno Italia
Stavolta è successo per davvero.
L'incubo è finito.
Ce ne siamo davvero liberati?
Non so, perché per sradicare 17 anni di insano berlusconismo dalle "case" degli italiani e dalle loro formae mentis non bastano un pomeriggio segnato dalle dimissioni e l'inizio delle consultazioni, non bastano i voti perduti e i "pentimenti" avvenuti.
Non basta un sospiro di sollievo e una buona dose di incredulità.
Ci ha accompagnato prima per tutta l'infanzia con i suoi spot che invadevano lo spazio dei cartoons, invitandoci a "ricordare" ai nostri genitori di andare a votare; poi ha invaso le nostre cassette della posta obbligandoci a sgualcire tra le mani un opuscolo sulla fantastica storia di un italiano "vero", uno "che si era fatto da sé", da ammirare e rimirare, attaccato al senso della famiglia e alle sue creazioni: imprese, giornali, squadre di calcio e le sue "care" televisioni.
Quelle che avrebbero dovuto chiudere i riflettori tanto tempo fa e che invece, in questi anni, hanno continuato a macellare quei brandelli di intelligenza che ci erano rimasti e che per fortuna non hanno contaminato proprio tutti.
Non so, perché per sradicare 17 anni di insano berlusconismo dalle "case" degli italiani e dalle loro formae mentis non bastano un pomeriggio segnato dalle dimissioni e l'inizio delle consultazioni, non bastano i voti perduti e i "pentimenti" avvenuti.
Non basta un sospiro di sollievo e una buona dose di incredulità.
Ci ha accompagnato prima per tutta l'infanzia con i suoi spot che invadevano lo spazio dei cartoons, invitandoci a "ricordare" ai nostri genitori di andare a votare; poi ha invaso le nostre cassette della posta obbligandoci a sgualcire tra le mani un opuscolo sulla fantastica storia di un italiano "vero", uno "che si era fatto da sé", da ammirare e rimirare, attaccato al senso della famiglia e alle sue creazioni: imprese, giornali, squadre di calcio e le sue "care" televisioni.
Quelle che avrebbero dovuto chiudere i riflettori tanto tempo fa e che invece, in questi anni, hanno continuato a macellare quei brandelli di intelligenza che ci erano rimasti e che per fortuna non hanno contaminato proprio tutti.
Ha continuato a perseguitarci in tutti questi anni, con le sue false promesse, bugie e apparenze.
Ha affascinato e stregato, per carità, non tutti fortunatamente.
Ha affascinato e stregato, per carità, non tutti fortunatamente.
Ha pagato, comprato e riscosso; ha mentito, ha pensato e fatto di tutto per poter sopravvivere, ma stavolta non ce l'ha fatta.
Il suo sogno si è spento.
E in noi si è riaccesa la speranza e la voglia di riprenderci quest'Italia ferita, tradita, maltrattata, logorata, abbandonata e troppe volte inerme, altre volte straordinariamente reattiva.
Tutto era cominciato quel pomeriggio di una domenica di febbraio, il 13 per l'esattezza, quando un'ondata di donne e non solo, giovani, adulti e bambini, si erano riuniti nelle più importanti piazze d'Italia e del mondo per dire no alla tanto ostentata mercificazione della donna e all'elogio del carrierismo facile, alle conquiste senza sacrificio e sforzo, a quella abominevole ondata, lanciata dall'ex primo ministro, che riduceva le figure femminili ad acquirenti, a titolo gratuito, di favori senza alcuna dignità.
Poi aveva continuato ad espandersi, quel forte vento democratico, irradiando altre piazze: dapprima le elezioni comunali di città come Milano e Napoli e poi i 4 referendum del mese di giugno, altro forte segnale di democraticità.
Ripenso ancora a quella piazza Bourse di Bruxelles e a quel cartello: Basta con le Berlusconneries!
Forse non tutti si sono resi conto, in tutto questo tempo, del male che ci ha cagionato e dei drammi e danni cui ci ha condannato.
Adesso, occorre rimboccarsi le maniche, occorre ricostruire questa nostra società in ogni suo settore.
Noi giovani abbiamo bisogno di riavere speranza e di sentirci utili in qualche cosa, abbiamo bisogno di pensare che i nostri sacrifici non vadano più ogni giorno ignorati e perduti.
Pensiamo che sia giusto oggi restituire a tutti noi dei saldi punti di riferimento: il primo, lo abbiamo sempre avuto e in questi giorni, ci ha dimostrato di avere a cuore, con l'oculatezza delle sue scelte e la responsabilità della Sua istituzione, il presente, passato e futuro dell'Italia; gli altri, spero che emergano pian piano e ci guidino verso i massimi gradi di una nuova sana e concreta democraticità.
E in noi si è riaccesa la speranza e la voglia di riprenderci quest'Italia ferita, tradita, maltrattata, logorata, abbandonata e troppe volte inerme, altre volte straordinariamente reattiva.
Tutto era cominciato quel pomeriggio di una domenica di febbraio, il 13 per l'esattezza, quando un'ondata di donne e non solo, giovani, adulti e bambini, si erano riuniti nelle più importanti piazze d'Italia e del mondo per dire no alla tanto ostentata mercificazione della donna e all'elogio del carrierismo facile, alle conquiste senza sacrificio e sforzo, a quella abominevole ondata, lanciata dall'ex primo ministro, che riduceva le figure femminili ad acquirenti, a titolo gratuito, di favori senza alcuna dignità.
Poi aveva continuato ad espandersi, quel forte vento democratico, irradiando altre piazze: dapprima le elezioni comunali di città come Milano e Napoli e poi i 4 referendum del mese di giugno, altro forte segnale di democraticità.
Ripenso ancora a quella piazza Bourse di Bruxelles e a quel cartello: Basta con le Berlusconneries!
Forse non tutti si sono resi conto, in tutto questo tempo, del male che ci ha cagionato e dei drammi e danni cui ci ha condannato.
Adesso, occorre rimboccarsi le maniche, occorre ricostruire questa nostra società in ogni suo settore.
Noi giovani abbiamo bisogno di riavere speranza e di sentirci utili in qualche cosa, abbiamo bisogno di pensare che i nostri sacrifici non vadano più ogni giorno ignorati e perduti.
Pensiamo che sia giusto oggi restituire a tutti noi dei saldi punti di riferimento: il primo, lo abbiamo sempre avuto e in questi giorni, ci ha dimostrato di avere a cuore, con l'oculatezza delle sue scelte e la responsabilità della Sua istituzione, il presente, passato e futuro dell'Italia; gli altri, spero che emergano pian piano e ci guidino verso i massimi gradi di una nuova sana e concreta democraticità.
lunedì 7 novembre 2011
Panta rei: tutto scorre
Io stento a credere che siamo nelle ore decisive.
Mi chiedo cosa succederà domani e tutta l'Europa se lo sta chiedendo.
Può darsi, che come al solito, non succeda proprio niente, che si apri come al solito la furtiva compravendita di voti di improvvisi devoti o apparenti tali e che tutto resti fermo, anzi nemmeno più; è più probabile che tutto crolli, come già sta accadendo da tante ore.
Tutti stanno aspettando l'8 novembre 2011, e per tutti intendo l'intero mondo politico, finanziario e anche quella parte di mondo "reale", tutti noi compresi, cittadini, lavoratori, disoccupati, sfollati, terremotati, donne, anziani, bambini, gli onesti, le vittime di questo infame Governo, le vittime di questo triste mondo.
Ci vuol coraggio ad esaltare gli eletti del clubbino che possono ancora darsi al ristorante, scambiandoli per una bella maggioranza.
Ci vuol pazienza a sopportar l'indifferenza, quando hai 8 anni, sei appena scampato ad un'alluvione e rimarrai per sempre, ogni notte e ogni mattino, al risveglio, tormentato da una sola immagine in compagnia di un amaro sentimento di impotenza e senza la tua mamma.
Stavolta, stiamo assistendo al dipanarsi della metafora di un'Italia ormai stanca.
Stavolta, non c'è stato spazio per l'affannosa ricerca della gloria e per il grido dei proclami; stavolta non abbiam visto alcun tentativo di mercificazione del dolore altrui e di oltraggio alla memoria.
Stavolta, come diceva oggi Le Monde, "è finita, Silvio, hai smesso di aggrapparti".
Questa volta, mentre la gente annegava senza alcuna possibilità di seconda chance, nè di godere dei "benefici" dei tanti sospirati e concessi condoni, non ci sarà niente che potrà arrestare quest'onda anomala, questa forza dirompente della natura. E anche lui ne è rimasto vittima.
Tutto scorre e non c'è rimedio, o despota, né alla crudeltà della natura né all'intelligenza dell'uomo.
Tutto scorre lasciando i resti, i detriti, spazzando via non solo ciò che è bello e buono ma a volte anche ciò che di più marcio c'è.
Mi chiedo cosa succederà domani e tutta l'Europa se lo sta chiedendo.
Può darsi, che come al solito, non succeda proprio niente, che si apri come al solito la furtiva compravendita di voti di improvvisi devoti o apparenti tali e che tutto resti fermo, anzi nemmeno più; è più probabile che tutto crolli, come già sta accadendo da tante ore.
Tutti stanno aspettando l'8 novembre 2011, e per tutti intendo l'intero mondo politico, finanziario e anche quella parte di mondo "reale", tutti noi compresi, cittadini, lavoratori, disoccupati, sfollati, terremotati, donne, anziani, bambini, gli onesti, le vittime di questo infame Governo, le vittime di questo triste mondo.
Ci vuol coraggio ad esaltare gli eletti del clubbino che possono ancora darsi al ristorante, scambiandoli per una bella maggioranza.
Ci vuol pazienza a sopportar l'indifferenza, quando hai 8 anni, sei appena scampato ad un'alluvione e rimarrai per sempre, ogni notte e ogni mattino, al risveglio, tormentato da una sola immagine in compagnia di un amaro sentimento di impotenza e senza la tua mamma.
Stavolta, stiamo assistendo al dipanarsi della metafora di un'Italia ormai stanca.
Stavolta, non c'è stato spazio per l'affannosa ricerca della gloria e per il grido dei proclami; stavolta non abbiam visto alcun tentativo di mercificazione del dolore altrui e di oltraggio alla memoria.
Stavolta, come diceva oggi Le Monde, "è finita, Silvio, hai smesso di aggrapparti".
Questa volta, mentre la gente annegava senza alcuna possibilità di seconda chance, nè di godere dei "benefici" dei tanti sospirati e concessi condoni, non ci sarà niente che potrà arrestare quest'onda anomala, questa forza dirompente della natura. E anche lui ne è rimasto vittima.
Tutto scorre e non c'è rimedio, o despota, né alla crudeltà della natura né all'intelligenza dell'uomo.
Tutto scorre lasciando i resti, i detriti, spazzando via non solo ciò che è bello e buono ma a volte anche ciò che di più marcio c'è.
martedì 1 novembre 2011
Il puzzle impossibile
Sembra che raccogliere i pezzi e cercare di assemblarli tutti insieme, sia diventata un'attività impossibile, senz'altro scomoda. In verità, nessuno vuole più farlo perché le parole hanno preso il sopravvento e queste ci rendono forti, per dire il vero, ma non risolvono nè i nostri dilemmi, nè tantomeno i problemi.
E allora come si fa a raccogliere i pezzi e a fare un bellissimo puzzle, quando tutto sembra sfaldato e sfocato.
Non è così facile, come quando da bambino, ti regalavano un puzzle, anche di 1000 pezzi e tu ti dedicavi corpo e anima a quell'unico obiettivo. La verità è che si son perduti gli obiettivi e non si pensa più nemmeno agli strumenti per raggiungerli. Quelli poi, devi fabbricarteli da solo. Almeno questo ho imparato.
E allora, come si fa a cercare di assemblare i pezzi, quando non riesci a trovare dei capisaldi.
Come si fa a non sentirti solo e tristemente povero, aggrappato solamente alle tue idee e valori, quando non sai dove sbattere la testa, perchè non hai più un lavoro e non puoi più riavercelo. O probabilmente non ce lo avrai mai. Senza poi pensare alla fatidica "pensione".
Che sarà mai, o forse non ci sarà mai.
Come fai ad avere fiducia nelle istituzioni, quando sanno produrre solo e semplicemente chiacchiere?
Noi, giovani e meno giovani, vogliamo risultati e felicità.
Ci ripetono in continuazione che i precari sono la loro priorità; ma non è vero.
Davvero pensano a noi, quando tutti questi soggetti si rintanano nei loro appartamenti di lusso, con arredamento rigorosamente moderno o sfrecciano nelle loro automobili super lussuose.
Davvero si degnano di occuparsi di noi quando sanno solo ricevere e mai dare?
Smettetela di raccontarci storie, perchè a quelle nemmeno credono più i bambini.
Siamo solo dei poveracci, derisi dal mondo intero e rinchiusi nell'immobilismo delle nostre paure.
Non è pessimismo, ma solo realtà.
E allora mi consolo pensando a questi versi che ridanno senso alle nostre piccole abilità:
"Amica cara amica speranza
parti da qui dalla mia stanza
e vola sali più alto della paura
che ci corrode che ci tortura
e vaiiii
corri più della paura
che ti corrode che ti consuma e vola
io lo so che lo sai fare
e niente ci potrà fermare più".
Si chiamano sogni e noi ci crediamo ancora.
domenica 16 ottobre 2011
Oltre i limiti, ogni limite, sempre più in là
Non si capisce più cosa accade e come mai e cosa si può fare per evitarlo.
Perchè si può e si deve sempre far qualcosa.
Perchè si può e si deve sempre far qualcosa.
E così mentre il mondo attorno a me è ancora ferito dalla ferocia impazzita di un pomeriggio romano, in cui il tutto è stato sconvolto da altre cose, io sono finalmente in pace, seduta al tavolino di un bar.
Ed eccolo là, pronto a schiacciare, inconsapevolmente, il mio "privilegio" con le ali della sua libera schiavitù.
Lo vedo, anzi lo vediamo, solo, con le sue rose e il suo viso, quasi nascosto dietro quel cappellino scuro.
Non vuole soldi stavolta, certo se arrivano ben vengano! Ma lui è ancora un bambino e ha fame.
E solo lavora ogni sera fino alle 2.
Si vede che è un bambino, non solo per la sua corporatura minuta, ma perché ben presto gioisce felice di fronte ad un kebab. Ma lui è nello stesso tempo anche un adulto perché stanotte, questa notte, in cui tutti si godranno l'euforia di un sabato qualunque, lui lavorerà. Sia oggi, che domani. E non è finita qua.
Si vede che è anche adulto, perché ben presto, all'apparire di un amico del padre, si nasconde quasi, spaventato di esser visto. La sua colpa? Mangiare un kebab.
A dieci anni, anzi nove e mezzo, non dovrebbe accadergli questo.
Ma tutti se ne fregano, molti lo cacciano; altri, qualche volta offrono una rosa alla gloria di una fidanzata distratta, troppo distratta per poter vedere chi c'è là davanti a lei, a porgli quella rosellina.
Tutti intorno a me si stupiscono di questo bambino presto seduto al nostro tavolo a mangiucchiar.
Strano mondo, quello che non si stupisce se un bambino lavora, ma si disturba se lo vede mangiar ad un tavolo mentre lo fa.
Oltre i limiti, sempre più in là.
Mi dice che va bene a scuola e che ogni sera lavora fino alle 2. "Ma non ti addormenti in classe?" gli chiedo.
E lui, mi dice che gli piace andare a scuola ma lui "lavorare, deve lavorare".
Ha solo nove anni ed un'infanzia già spezzata.
Ma che importa a questi qua?
E così, ogni tanto lo guardo, gli parlo, altre volte alzo gli occhi per evitargli l'imbarazzo dello sguardo fisso su di lui e penso alla miseria di un mondo triste ad arido che finge di non vedere altro che le futilità, che evita di sbattere la faccia contro la miseria delle persone, che non punisce chi condanna un povero bambino che è costretto ogni sera a lavorare.
Poco importa quale sia il flusso dei miei pensieri, lui ben presto si alza e se ne va.
E resto là, impotente, a chiedermi se un giorno tutto questo cambierà e se non ci abitueremo a recidere le ali a questo nido di piccoli indifesi. Oltre i limiti, ogni limite, sempre più là.
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