Il flusso...

Il flusso dei pensieri di una mente è un turbinio di emozioni e di sensazioni.
Io osservo la realtà e la descrivo, così per come è filtrata attraverso i miei occhi, la mia mente, il mio cuore, così per come la vedo io.

lunedì 24 dicembre 2012

Si fa presto a dire Natale

Si fa presto a dire Natale.
In questi giorni, riaffanciandomi sul mondo reale, mi sono resa conto, per la prima volta, del numero considerevole di negozi che ha chiuso i battenti.
Passo dopo passo,  le loro saracinesche si sono abbassate e il sogno di tanti piccoli negozietti indipendenti ha preso il volo.
Si fa presto a dire Natale.
Peccato, che nel frenetismo generale, mi è capitato di ascoltare conversazioni tra lavoratori inferociti per gli orari full time e nessuna voglia di impacchettare, infiocchettare e consegnare regalo e sorriso.
Del resto posso capirli.
Si fa presto a dire Natale.
Tutti immersi nel vortice dirompente dell'acquisto last minute.
Camminare, guardare (quando si ha tempo), pagare.
Acquistare, acquistare e acquistare.
Si fa presto perché si deve far presto.
Molti finiscono per comprare ciò che di più futile c'è.
Troppi, quest'anno, hanno avuto tutto il tempo per pensare a come far quadrare i conti, perché quel bancomat sempre chiuso nel portafoglio, in realtà, era in sofferenza. E pure loro soffrivano.
Consapevoli di non potere ma di volere regalare ai cari nient'altro che il sogno della felicità.
Nient'altro che il sogno.
Perché da domani si ricomincia.
Si fa presto a dire Natale.
Intanto, io sono contenta che sia arrivato presto perché stasera ritroverò la mia famiglia tutta unita e il mio magico Pino.
Anche se mi toccherà mangiare l'agnello :-)
Si fa presto a dire Natale.
Oggi, l'unica persona che ho incontrato per strada felice e serena si trovava ad un semaforo e come un angelo dal sorriso candido teneva in mano una bacchetta magica per lavare i vetri.
Lavava i vetri e rideva felice.
Ad un certo punto, non sono riuscita a dirgli che per me erano puliti e non mi interessava.
E poi, aveva la bacchetta magica, quella della felicità.
Quella che molti hanno e non sanno usare.
Quella che pochi sanno trovare.
Quella che ti dà la direzione giusta per la notte di Natale.

venerdì 21 dicembre 2012

Quanto pesa un sogno?

Non avresti mai pensato che la tua valigia dei sogni fosse così pesante.
Così carica di libri.
Eppure, un giorno hai dovuto riempirla, facendo i conti con i vari tentativi degli ultimi anni, di svuotarne il contenuto.
Quanto pesa un sogno?
In quel momento, in cui hai messo un libro, anzi un codice sopra l'altro, hai faticato per allinearli, in modo da non spiegazzare le pagine, ne hai percepito tutto il peso.
Un fardello abnorme.
Volevi essere leggero, libero e felice e ti ritrovi a trascinare fino ad un carcere una valigia enorme, carica di sogni troppo pesanti.
Talmente pesante che ci è voluto l'aiuto del commissario "nemico-amico" per sollevarla su un tavolino traballante.
Ecco, traballante. In quei giorni, in un primo momento, mi sono sentita così.
Come se non bastasse, poi,  mi hanno separato da tutti i punti fermi del mio ultimo periodo.
E io, per natura, ho sempre avuto bisogno di punti fermi, di dosi di equilibrio miste ad un poco di follia.
Mentre tutti gli altri si accomodavano più o meno soddisfatti per la loro postazione, io ancora una volta, ero là da sola a lottare contro un fardello enorme. In un corridoio triste ed anonimo.
Era stato inutile cercare di sgonfiarlo, modellarlo, moderando calma e pazienza; per quanto facessi finta che non ci fosse, tornava sempre a farmi compagnia.
In quel momento, ho pensato, ancora una volta, che avrei dovuto lottare da sola.
Poi, si è proceduto alla dettatura.
In un attimo, ancora una volta, mi sono sentita più traballante.
Non doveva andare così pensavo.
Ero sicura, che in quel vortice di incertezze, avrei trovato qualche argomento amico.
E invece no. Ancora quel fardello.
Poi, come accade sempre, quando ti senti minacciato, ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di familiarità.
A poco a poco, ho pensato che se non l'avessi trovata, avrei potuto cercarla comunque.
A poco a poco, il fardello ha cominciato a rimpicciolirsi.
La pesantezza ha lasciato spazio alla leggerezza.
Com'è successo?
È bastato guardarsi dentro e intorno.
E così mi sono aggrappata ai miei sogni che, in fondo, erano pure loro dei punti fermi. Desiderio di equilibrio misto ad un poco di fantasia e genialità.
E così è andata.
È bastato aggrapparsi ai sogni, allo sguardo rassicurante dei miei gladiatori preferiti che, ogni tanto, apparivano all'orizzonte quando staccavo lo sguardo da quel foglio bianco ma carico di sogni.
Ho pensato alle parole di qualche saggio, alla fatica di mio padre e di mia madre per offrirmi felicità, a mia nonna che non aveva avuto la fortuna di imparare a scrivere e a mio nonno che metteva una X quando firmava i documenti, dinanzi al mio stupore di bambina.
A tutte quelle ore trascorse in attesa nei corridoi dei Tribunali. Alle porte sbattute in faccia perché tu eri troppo poco per contare o era troppo tardi.
Ma anche al sorriso di chi mi accoglieva sempre con magnanimità.
E sono scivolata via, dimenticando quel fardello enorme.
Si un fardello.
Poi, mi sono svegliata e ho pensato che, per quanto possano sembrare pesanti o apparire come incubi, i nostri sogni vanno sempre vissuti. Sempre.
Ho rifatto la valigia. Stavolta meno carica di libri e con un pò di speranza in più.
L'ho riempita più che potessi. Stavolta, a mio piacimento.
E così, sono tornata ad essere leggera, libera e felice. Almeno per il momento.



domenica 25 novembre 2012

L'attesa di chi o cosa?

Capisco la rabbia dei miei coetanei. O addirittura di quelli un pò più maturi.
Non è una rabbia personale, diretta incondizionatamente verso i singoli componenti di questa società che premiano gli studenti di lungo corso. E quelli che alla fine sono premiati.
La nostra è una rabbia collettiva, generazionale.
E ne dovete tenere conto.
Perché ci avete reso schiavi di lunghi curriculum, intere ore passate tra studio e studi,  caffé. A volte, neppure quello. E non sempre gratis.
Ci avete illusi che studiando e accumulando titoli meritatamente, senza MAI chiedere niente a nessuno, prima o poi il nostro posto, in questa società ( senza troppo agognare quello fisso) lo avremmo trovato.
E, invece, ogni mattina mi sveglio, corro alla pensillina del mio autobus di periferia, che mi separa dal resto della città e mi fermo, a volte senza neppure trovare lì posto e aspetto.
Ma aspetto chi o cosa?
Aspetto che Richy, trentacinque anni, concluda finalmente la sua settimana, trascorsa tra file per colloqui, colloqui e mezzi pubblici, un giorno mi telefoni e dica: "Ho trovato lavoro!!! Mi piace moltissimo!!".
Aspetto che Anna, sorriso da favola e testa di rara intelligenza, concluda quel suo percorso di studi e riesca a trovare il suo meritato posto in quell'ospedale, spintonando con i figli dei raccomandati che sanno già cosa fare e come, ma non hanno idea di cosa sia trascorrere sei ore in piedi in ospedale.
Aspetto che Sammy si laurei!!!! Amico mio, quanto sei bravo e tenace!! Sei riuscito a sempre a spianarti la strada da solo solamente grazie ai tuoi sacrifici e all'affetto delle tue sorelle.
Aspetto che Rosy, finisca il suo turno di cameriera a 40 euro a sera/notte, racimoli le briciole dei suoi clienti e della sua stanchezza e non si trovi a dover tollerare l'acida arroganza dei passanti da quei tavoli che le intimano senza nemmeno un "per favore" di pulire l'ennesimo tavolo.
Aspetto, aspetto.
Intanto, mi fa male la schiena, le braccia e la mano destra. Perché ho passato tutto il mio ultimo anno ad attendere il bus e a scrivere, scrivere e pensare. Ho passato l'anno a tollerare l'arroganza e la presunzione di chi fa carriera senza sapere poi così tante cose e vuole solo comandare.
E, talvolta, mi bruciano pure gli occhi, al punto che la sera mi butto sul letto e non ho più nemmeno voglia di leggere le fantastiche storie che mi distrarranno dall'attesa.
Ma l'attesa di chi o che cosa?
Ho passato gli ultimi anni della mia vita a studiare e imparare senza mai fermarmi, nell'attesa che il mondo cambiasse. E, spesso, l'attesa non ti cambia nulla.




venerdì 23 novembre 2012

È la cultura del rispetto che manca o semplicemente la cultura.

È la cultura del rispetto che manca o semplicemente la cultura.
E così, mentre l'ignoranza prende il sopravvento e la crudeltà pure, i nostri sogni di una società civile si infrangono. Si spezzano e con loro spezzano le ali di una giovane vita, stroncata dalla sofferenza della differenza e della non indifferenza.
Si non indifferenza. Perché, talvolta, meglio essere non visti o visti con indifferenza piuttosto che essere scrutati sollecitamente in tutte le proprie sfaccettature, in tutti i propri manifesti sentimenti o atteggiamenti, in quei presunti "difetti", troppo mal visti e troppo diversi per essere tollerati.
Che vorrà dire poi diverso.
Alle scuole elementari diverso era considerato un compagno di classe che aveva un handicap: soffriva di mancanza di amore.
Però tutti lo deridevano perché, non riuscendo a vedere quale fosse il suo vero male, si ostinavano a vedere in lui un solo unico difetto: i deficit mentali che, se sollecitati crudelmente dai coetanei, si trasformavano in violenza. Prima lo provocavano e poi si lamentavano.
Alle medie o alle superiori, diverso era chi era costretto a celare la sua non religiosità per poter sopravvivere all'inclemente ignoranza di quei figli di mamma e papà, colpevoli di non aver loro insegnato la storia delle religioni del mondo o chi aveva determinate qualità che mortificavano ancora una volta la mancanza di sapienza altrui.
Figuriamoci, se si fossero trovati di fronte a qualcuno dal diverso orientamento sessuale, cosa avrebbero pensato o fatto.
L'altro ieri, una signora con due bambini ganesi in affido, si inorridiva di fronte alle dilaganti battute razziste, urlate da una parte del popolo dello Stadio di Parma durante la partita Italia- Francia contro i calciatori neri.
Ieri, un ragazzo di quindici anni si è suicidato perché, dicono, era omossessuale e per questo deriso da tutti.
Oggi, tutti cercano di salvarsi  e lavarsi la coscienza perché fa troppo male pensare che in qualche modo, in qualche momento, abbiamo tutti contribuito al suo malessere e al suo non più vivere, così come agli altri mali moderni della società.
Lo abbiamo fatto nel momento in cui abbiamo lasciato che un malefico social network prendesse il sopravvento e sterilizzasse le nostre conversazioni, i nostri sentimenti, inacidisse i nostri commenti.
Lo abbiamo fatto quando abbiamo smesso di amare chi ci sta accanto con tutta la sua originalità e fantasia o anche chi è semplicemente assuefatto nel conformismo.
Lo abbiamo fatto, quando abbiamo smesso di sognare e coltivare sogni di civiltà e ci siamo svegliati, di soprassalto, in preda ad un sconvolgente incubo.
Senza più lei, la cultura, quella del rispetto, della diversità. Senza più una speranza, sommersi in un mare di vuota e triste ignoranza.

martedì 30 ottobre 2012

Il partito se ne è andato. Non c'è più.

Il partito se ne è andato. Non c'è più.
Volete pur capirlo?
Si è volatilizzato, pur lasciando ancora qualche strascico e qualche politicante poco digeribile, con tutte le sue nefandezze, bugie, falsità, non democraticità.
Lo abbiamo cacciato per mettere al suo posto delle persone, quelle vere, quelle che hanno il coraggio di urlare "La mafia adesso può fare le valigie", che hanno il coraggio di concretizzare l'attivismo politico e socio culturale degli ultimi anni in rappresentanza collettiva, per venire ad abbracciare noi, esuli, girando in lungo e largo per la Sicilia e oltre il suo mare.
Dicono che non è cambiato nulla. Dicono che siamo e resteremo per sempre gattopardisti.
Guardatevi però nel profondo delle vostre coscienze e rifletteteci su.
L'amaro sapore di un appoggio elettorale (quello dell'UDC) ci ha tormentato per settimane.
Ci ha indotto a riflessioni varie e, a volte, ci aveva fatto giungere a conclusioni disperate.
Poi abbiamo detto no. Non possiamo.
Dobbiamo reagire, dobbiamo crederci ancora.
Dobbiamo credere in Lui e in loro.
Lui, l'uomo dalla biografia appassionante, che ha sempre lottato per rivendicare idee, valori, che si è sempre distinto per franchezza, onestà e determinazione.
L'uomo che ha urlato talmente forte e con profonda convinzione che "è meglio essere poveri ma onesti" da farci quasi dimenticare quel sgradito appoggio. L'uomo che ha sempre rifiutato gli "inciuci".
Loro, forza dirompente, capaci di trascinare folle in piazze cittadine e non, piazze di paesi dimenticati (tranne in periodo elettorale), senza né un cinema né un teatro, quasi senza più speranza.
E, invece, venerdì scorso, nonostante lo scetticismo e la diffidenza verso quel modo di fare attivismo così teatrale, sempre urlando e bombardando con tutti i pezzi di quella tragedia che è il nostro presente,  siamo scivolati via ad ascoltare e abbiamo scoperto tanta bella gente, che per passione civile e curiosità, era pure là, serena per la prima volta dopo tanto tempo. Ad ascoltare in piedi, con i bambini, i nonni, i genitori e gli zii.
E poi, dobbiamo ancora credere in Noi. Questo non dimentichiamolo mai.
Perché non c'è condanna più truce della diffidenza verso la realtà che ci circonda e dell'astensionismo.
Forse hanno dimenticato di considerare che se c'è stato tanto astensionismo è anche perché i nostri giovani, i miei amici e fratelli giovani, sono dovuti andare via per lavoro e per sperare in altro. Hanno messo le radici altrove. E non sono più tornati.
Perché qua erano semplici numeri dimenticati.
Forse hanno dimenticato che la Sicilia è la Regione che ha uno dei maggiori tassi di disoccupazione, in cui non ci stanno più servizi, in cui la maternità  va necessariamente accompagnata al non lavoro, in cui si stupiscono se hai bisogno di una borsa di studio per approdare nella favolosa Europa e in cui devi pagare 50 euro per un'analisi del sangue, perché per loro sei ricco.
Quindi, non ditemi che non cambia mai niente.
Perché, oggi per la prima volta dopo una vita, sono più felice di sentirmi rasserenata, anche se c'è molto e tanto da fare.
Oggi, la Sicilia è più europea.
E ripenso agli occhi commossi di tutti quegli ammiratori siciliani, italiani e d'oltralpe, che acclamavano con entusiamo le gesta di un uomo, approdato da Gela a Bruxelles, capace di parlare 3 lingue e non a gesti e fiero di farci sentirci siciliani, italiani, europei e non mafiosi.

Da "1984" di George Orwell:

"Un bel giorno il partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. La visione del mondo che lo informava negava, tacitamente, non solo la validità dell'esperienza, ma l'esistenza stessa della realtà esterna. Il senso comune costituiva l'eresia delle eresie. Ma la cosa terribile non era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi che l'aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?".



sabato 13 ottobre 2012

Books or not books..that is the question!


L'odore di un libro nuovo.
La magica ma nello stesso tempo materiale sensazione di toccare per mano storie nuove.
Tuffarsi nello scorrere impetuoso o lento di righe, pagine, interi volumi.
Affannarsi a correre in libreria alla ricerca della novità.
Trascorrere ore dietro ad un bancone ad osservare la gioia di chi è pronto ad incontrare nuovi amici e nuove realtà.
Mi chiedo cosa resterà oggi o più che altro un giorno futuro di tutto questo.
Quando sin da bambini si ridurrà tutto in un click. Quando alla leggerezza dei libri, che sarà pure un vantaggio per gli studenti, probabilmente si unirà la pesantezza di non riuscire ad aprirne nemmeno uno di libri.
Quando si cancellerà totalmente, perché succederà, la magia del "vecchio".
Succederà?
Porte aperte alla tecnologia, per carità. Ma se è pur giusto lanciarsi in nuove esperienze e sperimentazioni, è ingiusto parlare dei "cari vecchi libri" in termini di inutile nostalgia.
Sparirà quell'euforia di cui parlavo sopra e tutto sarà più meccanico, innaturale e forse anche i sogni nutriti da quelle pagine così vicine a noi se ne andranno con lei.
Certamente se certi progetti sono pensati in modo adeguato, uno dei vantaggi sarà forse quello di permettere  a tutti di beneficiare di libri e istruzione gratuita. Forse.
Intanto, apriamoci pure alle new entries ma non dimentichiamo il pregio e privilegio di continuare a cibarci dei cari vecchi e appassionanti libri cartacei!
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/10/13/news/l_ipad_e_l_iphone_al_posto_dei_libri_nella_classe_digitale_lo_studio_leggero-44429733/

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=GwfwirCJfu0


lunedì 1 ottobre 2012

Trafficati...


Il traffico dei bambini non interessa a nessuno.
Sulla carta e formalmente, i Paesi europei e non solo sono pronti a firmare e ad aderire a protocolli internazionali, promettendo, sul terreno di compiere azioni concrete di contrasto al traffico e allo sfruttamento dei bambini; poi in concreto, se ne infischiano.
Bambini sottratti alle famiglie per essere venduti e commerciati. Poi, affidati e cresciuti da altre famiglie.
Genitori lanciatisi alla loro ricerca per anni, invano (talvolta, familiari conniventi li hanno consegnati più o meno pacificamente).
Governi che credono di togliersi un tale peso dalla coscienza (sempre che i politicanti ne conservino un minimo), approvando  leggi di apparente contrasto e aderendo a protocolli, ma che poi, si ritengono soddisfatti di aver compiuto tutto il possibile, pubblicando rapporti e stilando stime di cifre su cifre, ancora cifre. Nel frattempo, i loro figli se ne vanno a spasso vestiti di amore scintillante d'oro e la sera fanno sicuramente ritorno  a casa.
Intanto, il numero dei bambini scomparsi si accatasta e assume la forma di un enorme traffico impossibile da controllare. E il numero delle famiglie monche cresce considerevolmente.
E si apre un circolo infinito di ricerca e di disperazione.
Mi ha colpito, il caso della Cina, ma è solo un esempio.
Pensate a tutti quei bambini in cui, ogni giorno, vi imbattete e che potrebbero essere oggetto di traffico.

http://www.courrierinternational.com/article/2012/10/01/enfants-disparus-une-tragedie-nationale

















sabato 22 settembre 2012

È stato il figlio

I titoli di coda corrono e scorrono sulle note di una musica da gran finale.
Scioccata, resto palesemente inchiodata alla mia poltrona di velluto, scioccata.
È stato il figlio, così dicono, così hanno voluto credere.
Lacrime, pugni, membra agguerrite, denti pronti a mordere e a lacerarti anima e corpo, nella mischia, senza guardare altrove, senza sentir nessuno.
Convinzioni che nascono dall'ignoranza, maledetta sia!
L'ignoranza che nasce un pò per caso o per volontà (in certi casi) e si dipana lungo le arterie della vita quotidiana, assorbendo ogni azione, comandando ogni pensiero, convincendoci di quello che non c'è o rifiutando tutto ciò che sarebbe meglio accettare.
Ignoranza mista a rassegnazione, maledette!
Ti inchiodano a convinzioni che non ti sogneresti mai di pensare, eppure sono là, a farti compagnia.
E restano ancora là, senza tregua. Ti assorbono cuore e cervello fino a indurti a sacrificare anche ciò che di più caro c'è, senza alcuna pietà, senza alcuna speranza di salvezza.
E noi le lasciamo arrivare e prendere campo, in preda allo scorrere inesorabile del tempo.
Rinunciare alla propria libertà per la propria presunta inutilità.
Non essere capiti né voluti.
La Palermo che non c'è, neppure sul set, perché sostituita da una Puglia più florida e meno inaridita, si erge ad esempio di uno scorcio di vissuto irrimediabilmente drammatico.
E ci fa male, ci fa orrore.
Ma la sola cosa che a loro interessa è trovare chi sia stato, senza nemmeno cercare troppo.
Del resto un figlio "inutile" ma onesto, vale meno di uno disonesto, capace di arraffare mafia e affarucci di quartiere.
Ma poco altro importa, se non dire chi è stato e chi no. È stato lui, il figlio, l'unico a restare sempre indietro, a non capire mai, se non quando è troppo tardi.



domenica 9 settembre 2012

"Ma la Sicilia non è in Italia"..
Faccio in tempo a stringere i pugni e guardo la madame con sospetto e ribrezzo, dicendole che la sua è senz'altro un'idea arcaica.
Poi torno a leggere una serie di pagine su storie di donne siciliane, costrette dalle regole sociali a vite meschine e sacrificate, scalfite dall'ignoranza e dalla forza dei soprusi. Magari tanti anni fa, ma magari ancora esistenti. Mi guardo attorno, l'ignoranza è ancora una forza permanente.
E rifletto. Certamente, il mio disprezzo verso l'idea di quella madame è una reazione immediata, impulsiva che non può che trovarmi in disaccordo con lei.
Ma quando poi rifletto, quando guardo attorno a me, alla molteplicità dei tipi umani e alle sfaccettature dei comportamenti di ognuno, penso che quella donna non ha poi così tanto torto.
La madame sarà senz'altro un pò ignorantella, avrà forse omesso qualche anno di salti in avanti e di cambiamenti, forse.
Intanto, quelle pagine mi sbattono in faccia condizioni di donne rassegnate e condannate a vivere nella società occupando un posto non scelto. Risalenti non poi a così tanto tempo fa.
Un giorno Julia mi ha scritto entusiasta che stava leggendo un libro ambientato in Sicilia, "Il conto delle minne" e che lo trovava divertente ed esilarante.
Un'austriaca stregata dalla letteratura femminile siciliana. Non potevo che lanciarmi curiosa alla scoperta di queste pagine.
Risultato: nulla da dire sulla qualità e sulla bellezza di questo scorcio di vita siciliana.
Nulla da dire sull'importanza di custodire il proprio nucleo familiare, imparando a scoprire i tesori della sua  tradizione, ivi compresi quelli culinari.
Ma, ad un tratto, ho l'impressione che questa sicilianità, che spesso è forza motrice di grandi sogni, speranze, idee, rivoluzioni, grande ingegno, a volte ne è allo stesso tempo la condanna.
E così, quella donna che aveva fatto tanto per progredire, andare avanti, liberarsi delle catene imposte dalla società per inseguire se stessa e i suoi sogni, alla fine, ripiomba nel vortice dell'inerzia, della rovina, ritorna alle origini. Finendo per dimenticare tutti i passi avanti precedentemente fatti e dimenticando i valori che l'avevano aiutata a salvarsi dalla condizione inerme di donna sicula, racchiusa in un mondo piccolo piccolo.
E ancora, ho perseguito la mia strada lanciandomi nella scoperta delle mennulare di Simonetta Agnello Horbny, anzi della fatidica "Mennulara". E ancora una volta, mi è stata sbattuta in faccia la condizione critica di donne condannate a servire i capricci di padroni irriverenti e schiave di posti, non certamente scelti da loro e di mentalità arcaiche.
Anche se grandi donne, laboriose, belle, combattenti ed energiche.
Condizioni che, a volte, non possono che lasciarti un magone di disgusto.
Insieme alle storielle di familiari in continua lotta per la conquista di un'eredità, vicini sempre pronti a scrutare ogni tuo minimo movimento o cambiamento e  pronti a cogliere, come cani affamati, i primi segnali di ogni piccola tua debolezza. Senza dimenticare i mafiosi pronti a comandare su tutto e tutti, pure sulle questioni familiari e private.
"Non si può certo dire che non fosse così un tempo", mi ricorda la voce della donna che più di tutti ha il merito di avermi cresciuta libera e pensante; "ed è ancora così, in qualche modo, in certi posti".
E allora ripenso a tutte quelle donne che, ancora oggi, conducono vite decise da scelte altrui, che sono ignare della loro intelligenza e che pensano di aver bisogno di un uomo che le porti a cena e offra fiori per sentirsi più felici, che spesso sono costrette a rinunciare a loro stesse e non lo sanno, non lo capiscono.
Ma penso anche che ci sono donne intraprendenti, donne libere, pronte ad inseguire i loro sogni e ad affrancarsi dalla loro gabbia dorata.
Riapro il libro e penso che la Mennulara sarà pure stata serva, ma in cuor suo, era la più libera ed ingegnosa di tutti.

domenica 27 maggio 2012

La primavera è di ritorno...
Strano ma vero!
Sembrava ieri quando ormai stanchi e con le ali del futuro stropicciate e malsane, ci perdevamo in quotidiani voli di grigia routine, senza più pensare alle nuove direzioni da tracciare, né a quelle future da inseguire.
Non che adesso sarà più facile, ma almeno ci proveremo a spiccare il volo in alto, cercheremo di non pensare più alle occasioni mancate né a quelle perdute ma voleremo e basta, con la testa, l'ingegno, il cuore.
Perché da oggi, è di nuovo primavera. E per quanto il nostro stormo sembra ai pochi troppo vecchio e conosciuto per escogitare nuove ed esaltanti avventure, non ci crediamo a queste voci, ma lo seguiamo nel suo salto e slancio verso l'azzurro cielo.
La primavera è di ritorno e non ci sentiamo più soli; le nostre voci si sono unite in un coro di splendida euforia e ci avvolge, maestoso, nel suo volo sempre più travolgente.
La primavera non tarda più ad arrivare e lo sappiamo tutti ormai.

"Il piccolo e anticonformista Gabbiano Jonathan riesce ad intravedere una nuova via da poter seguire, una via che allontana dalla banalità e dal vuoto del suo precedente stile di vita, e comprende che oltre che del cibo un gabbiano vive " della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell'aria".

martedì 1 maggio 2012

Storia di Vera, madre e lavoratrice.

Voglio dedicare questa giornata, il primo maggio (che nonostante l'agonia dei tempi lavorativi moderni, resta una data veramente significativa), a una storia di donna emblematica.
Vera, la chiamerò così per discrezione, è una grande lavoratrice.
Innanzitutto, è una lavoratrice coraggiosa e una mamma. Una, che, nonostante le vicissitudini della vita, in una Palermo problematica, non si è mai fermata, nemmeno quando non riusciva a trovare un lavoro, in prospettive familiari tragiche.
Non si è mai fermata nemmeno quando il figlio, ha ben pensato di consolarsi, colmando la solitudine lavorativa, con azioni più o meno criminose; nemmeno quando suo marito ha perduto il lavoro.
L'ho conosciuta in una giornata, segnata dal frenetismo e dal vortice delle mie azioni quotidiane e lei era là, seduta in quel corridoio anonimo, con i suoi  lunghi capelli neri e quel bel viso coi tratti somatici di una spagnola, seppur segnato dai soprusi e dai dolori quotidiani.
Io e Vera abbiamo semplicemente parlato e lei mi raccontava e mi urlava il suo dolore di madre disperata, che non riusciva ad inculcare i suoi principi al figlio e nonostante l'ostinazione di questo figlio, lei cercava di stargli addosso, di salvarlo dalle mani nere della Signora criminalità.
Non so come è successo, ma quando ho respirato la sua disperazione mista a coraggio ed enorme forza di vivere, nonostante tutto, ho provato una sensazione di terribile impotenza.
Lei era là a dirmi che aveva perduto i suoi due lavori, perché ultimamente, dovendo lavorare giorno e notte, dovendo seguire il programma di recupero del figlio, non ce l'aveva fatta più, aveva ceduto.
Ma nonostante tutto, Vera continuava a lottare.
E quando l'ho rivista, qualche giorno fa, lei mi ha detto che ha finalmente trovato un lavoro!
Com'era felice, ma disperata, ancora, per altre ragioni; perché nonostante i suoi innumerevoli sforzi e i tentativi di approcciarsi al figlio con rigore ma amorevole vicinanza, lui sembrava continuare a rifiutare il suo amore materno, continuava ad ostinarsi ad imboccare la via della noncuranza e dell'indifferenza.
"Vera, non smettere di lottare", le ho detto.
Ma ho percepito, la sua solitudine di donna, costretta sempre a sacrificarsi, tra i suoi lavori domestici, il suo lavoro notturno di assistenza agli anziani, un marito assente e un figlio, in preda ad un cammino incerto e faticoso.
Auguro un buon primo maggio, a tutte le donne e agli uomini che lottano ogni giorno per un lavoro e a quelli che si sacrificano per averlo e mantenerlo!

sabato 14 aprile 2012

Non bisogna concepire la società come una piramide.
L'ora è tarda, il cervello un pò dormiente ma ancora in grado di comprendere, rigenerarsi ed energizzarsi.
Un insolito ed energico oratore ci ricorda che nel nostro Paese esiste una Costituzione che, da ben 64 anni, almeno teoricamente, dovrebbe impedire il prevalere incessante delle regole concepite come obblighi.
Le regole nascono come attribuzione di diritti e libertà ad un cittadino che non dovrebbe vivere in una società piramidale, in cui si abbiano solo doveri e responsabilità verso i c.d. potenti o politici o pseudo tali.
Dovrebbe vivere in una società di diritti e doveri, in cui però si percepiscano i c.d. legislatori come forze motrici di una macchina in continuo movimento.
In teoria. Nella pratica, il concetto è un pò diverso.
Nella realtà, soprattutto! Perché, ben poco importa che ci siano le regole su carta, se poi esistono solo per pochi e soprattutto valgono solo per i comuni cittadini.
Che mondo è quello che agisce dirompente solo sui più deboli, dimenticando la straordinaria forza che può avere chi detiene il fatidico "potere" o chi detiene le redini di importanti settori del nostro sistema, di chi potrebbe davvero trasformare questa società ormai vecchia, troppo vecchia.
Purtroppo, ci si ricorda di avere quella "forza", solo nel momento in cui si è capaci di trasformarla in prevaricazione!
E allora, mi chiedo a che servano i tecnici se poi non sono in grado di conoscere il Paese reale.
Quello della gente comune, che ha lavorato tutta una vita, senza delegare nessuno, e che si ritrova ad occupare la categoria dei c.d. "esodati"! Ma ci rendiamo conto!
Lavoratori che credevano di poter andare in pensione e che adesso non potranno più farlo e che restano fuori dall'azienda. Chiamiamo i fenomeni con il nome giusto!
E perlopiù, lavoratori che spesso hanno ancora tutta una famiglia a carico.
C'è chi si lamenta, pur vivendo nel lusso e c'è chi si ritrova, da genitore a continuare a nutrire i figli quarantenni e non solo e da figli, a sostenere i genitori, rimasti soli e con pensioni ridicole.
C'è chi ha iniziato a lavorare, chi lavora incessantemente e si ritrova a subire, inesorabilmente, quotidianamente, i soprusi dei c.d. Capi, che celandoti dietro le maschere dei lavoratori autonomi, stampandosi in faccia un bel sorrisino, sono capacissimi ed astutissimi nel trasformarti in lavoratori subordinati, ma senza stipendio e senza uno straccio di diritti.
Oltre il danno, la beffa! Si pensa ad intervenire sulla modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori ma non a sopprimere e a combattere il dilagante e truce fenomeno delle partite Iva false e maledette.
Giovani, non mollate! Almeno così ci dicono e diciamo a noi stessi!
Ma come fare se ormai viviamo in una realtà in cui persino il diritto di voto e il diritto a libere elezioni è contraffatto e sembra diventato un obbligo. Non voglio generalizzare, perché conosco ancora magnifiche persone che credono nel cambiamento e faticano quotidianamente perché desiderano la crescita della nostra città, non solo quella beffarda del profitto.
Ma ditemi voi, se è normale che, ormai, le elezioni sembrano diventate le forze motrici di quel grande ufficio di collocamento che è la "politica"! Senza offesa, per nessuno, ma dico li guardate certi candidati! Certuni, si inventano persino etichette e mestieri che nemmeno professano e hanno mai esercitato.
Ho  un immenso desiderio di cambiamento e vorrei essere, per prima, "quel cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo". Ma, a volte, proprio non ce la faccio. A volte, è troppo, vedo solo una piramide.
Penso solo alla mia povera patria e avrei tanto voglia che arrivasse per davvero la tanto agognata primavera, quella fresca ventata di libertà, e non solo a parole.

sabato 17 marzo 2012

Ma quanto ci costa?

Oggi lancio una bella provocazione: Servono ancora a qualcosa le idee e la coerenza?
Perché ci si deve sempre e necessariamente impegnare per affermare i propri valori, le proprie considerazioni, la sconfinata voglia di cambiamento e rinnovamento per la nostra città vecchia?
Perché dobbiamo sempre pensare e fare qualcosa, se poi nella realtà, ho come l'impressione che non cambi mai niente, che il tempo scorra e si precipiti sempre più giù?
La nostra città è ridotta vecchia, perché da qualche tempo, troppo, forse da sempre, a parte quella parentesi di fresca primavera, nota a tutti, è ormai in fase di stasi ed abbandono.
Ho come l'impressione che questa nostra città vecchia e le sue componenti, soprattutto quelle sociali,  vengano considerate solo nella misura in cui esse appaiono un fruttuoso e allettante bacino di voti.
Poco importa poi, che di giorno non riesci a camminare sui marciapiedi perché sommersi dai rifiuti, o che tante persone abbiano perduto il lavoro, fondamentale ragione di vita, e che tu, donna, non possa più lavorare perché a trenta, quaranta, cinquanta, sei già "vecchia" e la soluzione è: o ti infili una baby sitter dentro casa, pagando a peso d'oro o ci rinunci!
Poco importa, che pur pagando i tributi, tu non abbia alcun servizio, che per raggiungere le zone periferiche della città, tu debba esser auto munito, altrimenti puoi dimenticare di azzardare certi spostamenti, poi non così distanti, nella realtà.
Poco importa, che ci si preoccupi di promuovere i corsi di formazione o di alfabetizzazione dei cittadini, solo quando si è stranamente, in prossimità delle elezioni.
A chi interessa, in fondo, combattere l'ignoranza, se in tempo di elezioni, poi, può diventare la tua più cara amica per gli aspiranti candidati.
Qualche giorno fa, una Signora mi ha ceduto un'importante lezione di vita: Per aiutare il figlio e sostenerlo nella sua rieducazione dopo aver commesso un fattaccio, aveva perduto i due lavori, diurno e notturno, dei quali aveva fortemente  bisogno per poter garantire un minimo di decenza di vita ai suoi figli. Era stata licenziata, perché alla fine (anche il marito era stato licenziato), non riusciva più a reggere il peso di due lavori oltre alla  pesantezza dei ritmi imposti dal percorso intrapreso dal figlio.
Donne abbandonate dalla società, famiglie accantonate e lasciate al loro destino. Chi è più forte ce la può fare, chi non può, resta nel baratro.
Quindi a che servono le idee, se  poi sono privilegio di pochi, dato che nei fatti, nella vita quotidiana, le persone, i cittadini, noi tutti, non abbiamo bisogno di queste per tirare a campare. Abbiamo bisogno di fatti e riscontri concreti.
L'errore si fa quando si usano queste situazioni, soprattutto quelle precarie, di agognato  bisogno per ottenere i propri scopi, e anche quelli illeciti.
Poco importa, che si sia animati da idee, valori e spirito di intraprendenza, se poi si cede alle fitte trame del potere.
Questa è la storia della nostra città vecchia ed è anche sbagliato cedere alla sopraffazione...
Mai rinunciare alla voglia di coltivare idee e valori sani, uniti alla rivendicazione della propria dignità!
Però, a volte, soprattutto quando a distanza di vent'anni, vedi che certe storie sono sempre lì, senza verità e certa gente è ancora lì senza dignità, ti verrebbe voglia di afferrare il telecomando, cambiare canale e creare un'altra storia, quella di una Palermo, libera, sana, pulita, con il lavoro "non facile" ma accessibile a tutti, cosparsa da un fresco profumo di libertà!

sabato 11 febbraio 2012

Il chiodo fisso

In questi giorni ne abbiamo sentite di storie, di tutti i colori e le salse.
Ne abbiam sentiti di attacchi, seguiti da immediati tentativi di difesa.
La verità è che, quando nel nostro Paese qualcuno urla allo scandalo pronunciando la parola raccomandazione, sembra che tutti, più o meno tutti, siano disturbati, terrorizzati, disarmati.
In fondo, è solo una parola. Non c'è nulla da temere.
Guai ad ammettere che esista.
Mi ha fatto sorridere il servizio su Martone a Piazza Pulita,  e soprattutto la parte sul mancato superamento dell'esame scritto di abilitazione di avvocato di uno dei fratelli. Storie di comuni mortali?
Non lui, però, che ha visto accogliere il suo bel ricorso riuscendo a farsi ammettere all'esame orale.
Forse, questi signori, che si stupiscono del nostro astio per la categoria dei raccomandati non sanno quante sofferenze abbiam provato, sin dai tempi più remoti, noi comuni studenti, costretti a sgomitare sempre per emergere. Ma attenzione, senza MAI prevaricare sugli altri.
E così, a molti dà ancora fastidio che il figlio di un operaio o di un "semplice" impiegato riesca (quando ci riesce) ad aver la meglio e ad andare avanti, perché ha lavorato sodo e sta continuando a farlo, perché quando arrivava a scuola evitava di essere come quei figli di gente patetica, ossessionata dai voti, o che all'università, apriva ben le orecchie,  tenendo ben aperti gli occhi, di fronte a storie di ordinaria raccomandazione e ai svariati tentativi di scoraggiamento. Senza mai lasciarsi condizionare.
Inutile stupirsi oggi di quest'ondata disumana di gente senza meriti che ha invaso il nostro paese, solo perché segnalata o semplicemente spedita a calci nel sedere nei posti ritenuti più auspicabili.
Ci sono quelli incompetenti al posto sbagliato e quelli competenti ma con un percorso ben scontato al posto giusto. Beati loro!
Mi dissero bel salto da Palermo a Bruxelles. Perché loro quei signori, ed è già tanto chiamarli così, vorrebbero un mondo tutto uguale, fatto di gente tutta uguale, gente che sia figlia di chi dicono loro, che abbia fatto le grandi scuole, le sole gradite da loro.
Certamente, è sbagliato dire che oggi vada avanti solo chi è raccomandato, ma quelli che lo sono hanno senz'altro avuto la vita facilitata. Sono quelli che anziché studiare godevano delle più invidiabili giornate di gaudio (alla faccia di chi invece faticava con 5 gradi o 40) a mare, in piscina o sulla neve, o che studiavano magari, ma giusto il tempo di una letturina, di una telefonatina e via.
E succede sempre così, da quando nasci a quando cresci ed entri nel mondo della vita di tutti i giorni.
Non serve a niente ignorare il problema o far finta che non esista. Perché è lì e lo vediamo tutti.
Però sarebbe sbagliato restare a guardare e lasciarsi coinvolgere o sconvolgere la vita.
Certo fa male vedere chi è ordinario a 29 anni e poi assistere a stupende lezioni di chi ne ha 60 ma resterà ricercatore a vita.
Ma c'è anche chi, a trenta, manda a quel paese tutto e tutti, prende la valigia e va alla ricerca di un mondo migliore, degno dei suoi studi e dove poter ricevere considerazione e gratificazione, anziché restare nel baratro dell'attesa per una telefonata o per una supplenza o per una consulenza.
Ci sono anche i casi di successo incontaminato e dobbiamo insistere per inseguire questi sani valori comuni a tutte le civili società. Il problema è che ci vorrebbe un cambiamento radicale ed un maggiore sostegno dello Stato e delle istituzioni per la res publica.
Si chiamano chiodi fissi della nostra realtà, altro che!

mercoledì 25 gennaio 2012

In punta di piedi...

Te ne sei andata in punta di piedi, senza disturbare nessuno.
Strano ed insolito è il silenzio che aleggia ora  tra quelle mura, in quella casa, dove tutto è rimasto immobile ed in attesa, dove noi ti aspettiamo ancora.
Quella cucina vuota, e quella sedia in attesa e quel tuo tenero sposo, anche lui in attesa.
Entrando, si ha la sensazione di doverti sicuramente trovare in un'altra stanza, di precipitare nei corridoi dell'adolescenza, quando ti muovevi tra una stanza e l'altra, dando ordini qua e là. Ti piaceva comandare e "urlare" forte i segni della tua presenza.
Ben presto, però, esaurito il giro della casa, non possiamo che accontentarci di ritrovarti in foto e nei preziosi pezzi che restano di te, quelli dei tuoi gesti quotidiani, del tuo io forte e impetuoso, inebriando ogni angolo e ogni cuore che si accosti a scorgerli. Quando arrivo in bagno, mi perdo nel profumo del tuo borotalco che ti aspetta ancora, dopo la doccia.
In attesa pure lui.
E così, in punta di piedi, non mi resta che abbracciare quella parte di te ancora in piedi, che ruggisce come un leone a cui hanno strappato via il suo cuore, ma che resiste e insiste e che continua a cucinare, a lavorare per lei come se lei fosse ancora là. E si scusa pure se il cibo non è buono come il tuo.
E così, in punta di piedi, restiamo là, in attesa, di quell'alba che possa addomesticare il nostro dolore, quell'alba che domenica mattina ci ha salutato, quasi beffarda, splendendo forte sull'azzurro mare.

domenica 15 gennaio 2012

Tutto sembra incredibile, quasi cinematografico.
Eppure, ieri un naufragio ha interrotto il lento procedere della nave dei sogni, carica di turisti, italiani e stranieri, adulti e bambini, proprio a pochi metri dal punto di approdo.
Sembra incredibile che proprio nel bel mezzo della cena, tutti questi passeggeri abbiano vissuto una situazione di improvviso vuoto e panico misti a paura e terrore. Dicono che di errore umano si tratta.
Ma ciò che turba è il pensiero della disperazione di questa gente, precipitata da un momento all'altro da spensierati momenti di "festa" o relax ad una situazione disperata di lotta per la sopravvivenza, di intrepido vagare e spostarsi da un punto all'altro della nave, senza sapere cosa fare e se farlo.
E tutto questo nel 2012. Non nel 1912, quando la risorse tecnologiche erano da considerarsi un solido miraggio delle generazioni future. E tutto questo a pochi metri dalla costa.
Tragico destino (beffardo, direbbero i superstiziosi da cui mi dissocio) di una nave dal battesimo non riuscito e dal viaggio mai più terminato.
Adesso, resta la speranza di riportare verso la terraferma, in vita, quei poveri dispersi che da più di ventiquattro ore, giacciono in balia delle onde.
Le vite perdute, di certo, nessuno potrà più restituircele. Per gli altri, resteranno i segni indelebili di un tragico viaggio da non ripetere mai più.
Beffardamente, ci torna in mente quella pubblicità di gente in lacrime per la crociera già passata.
Errare è umano (?), abbandonare la nave e dimenticare il proprio dovere è diabolico.

lunedì 9 gennaio 2012

Rivolta senza svolta...

Difficile non restare scossi dalle immagini girate in Tunisia nell'ultimo anno, trasmesse stasera da "Presa diretta", immortalanti una tragica lotta libertà/schiavitù vissuta in tre scenari differenti: la Tunisia tormentata dal regime prima, la Lampedusa sconcertata dalle lotte "consanguinee" poi e la nuova Tunisia, ora liberata ma senza sforzo abbandonata dai popoli civili o presunti tali, al suo "destino" elettorale.
Difficile non provar disgusto per la tragica corsa di uomini liberi ma ancora in catene, molti dei quali precipitati nell'abisso marino, privo di certi e solidi attracchi e senza più alcuna speranza di ritorno; difficile dimenticare quegli esseri umani  lanciati precipitosamente nella follia di una ricerca disperata di porti in cui attraccare, ma continuamente respinti. Respinti, perchè in possesso di un passaporto rilasciato con successo da un governo sciagurato, ma senza alcun valore per il resto del mondo nato libero e più fortunato.
Terre vicine, ma confliggenti: Lampedusa, ansiosa nel contrastare la macchia nera di fratelli tunisini sbarcati senza sosta e costretta a sopportare l'odio ostile dei suoi abitanti, inferociti e guidati da legislatori privi di senno, cui non basterà l'auspicato perdono del santo patrono a lavare la coscienza; la Tunisia, terra di uomini alla ricerca disperata di libertà e democrazia, uomini intelligenti, laboriosi, capaci di emozionarsi per l'impronta lasciata nel primo voto della loro vita. E l'abbandono di questa terra, neonata di rivoluzione, rimasta arida e  priva di stimoli di rinascita cruciale.
Difficile dire altro; vi consiglio solamente di guardare la puntata: